Agosto 7, 2007

Dov’è finito BOB?

Archiviato in: Attualità — ossidiana @ 12:06 pm

Nel bergamasco il numero di incidenti stradali e’ aumentato notevolmente nell’ultimo anno, rispetto ai dati del 2006. Per porre un limite e soprattutto per cercare di creare una coscienza sociale nei giovani l’iniziativa, presentata dal presidente della provincia Leonardo Muraro, e’ quella di mandare in onda dei video choc. Si tratta di tre clip da trenta secondi ciascuna (due riproducono la dinamica di un incidente tipico sulle due ruote, uno in moto e l’altro in bici, il terzo, è sulle conseguenze dell’assenza delle cinture di sicurezza), che saranno trasmesse a rotazione sulle emittenti locali e prima dei grandi eventi estivi.
«Se non vedo, non vado» è lo spot di maggior impatto che ricostruisce un incidente realmente accaduto e che vuole attirare l’attenzione soprattutto dei giovani motociclisti. L’ultimo fotogramma è il primo piano di una vera vittima delle strade, con tanto di morto e sangue.
«Il 30 per cento dei decessi tra i giovani - spiega il presidente - avvengono il venerdì e il sabato sera. Una percentuale che non può non allarmarci. E ciò che più fa rabbia è che un terzo di queste morti si sarebbero evitate con l’uso delle cinture di sicurezza». I tre video choc dovranno convincere i giovani a fare più attenzione sulle strade.
Ovviamente non si sono sprecate le critiche sia a favore che contro.
Oliviero Toscani (che con le sue campagne pubblicitarie sui generis si e’ costruito un’immagine) invita a riflettere di più piuttosto che inscenare incidenti fatti “con attori e immagini truculente” che non servono a niente.
«Che i trevigiani smettano di comprare quelle inutili Cayenne ai loro bambini. Il problema è solo culturale. I ricchi trevigiani comprano quegli stupidi suv ai loro figli. Che guidandoli sembra ti vogliano dire: guarda come sono ricco. Treviso è piena di questi suv che servono solo ad ostentare ricchezza. Una volta le donne trevigiane erano belle, dolci, soavi. Oggi sono piene di oro, di trucco e di Cayenne. E i loro figli corrono su questi mostri di metallo per far vedere quanto sono potenti e quanto sono ricchi. La smettano di andare in giro con queste macchine e anche gli incidenti diminuiranno».
Dall’altro lato c’è chi apprezza e fa notare che la BBC e altre organizzazioni di familiari di vittime, in Gran Bretagna, propongono regolarmente tali video, si avvisa il telespettatore che le immagini possono creare disagio per il loro contenuto, ma nessuno si sogna di etichettare come violento uno spot di questo genere.
Anche in Germania e in America, sicuramente piu’ avanti in fatto di sicurezza stradale, oltre alle innumerevoli telecamere agli incroci e sopra i semafori e, nel caso di trasgressione, con multe che arrivano direttamente a casa, si sa che quando si esce in gruppo ci sarà lo “sfortunato” di turno che non deve bere, ma GUIDARE. Il famoso Bob degli spot pubblicitari che andarono in onda anche in Italia tempo fa ma che ormai se ne sono perse le tracce.

Luglio 6, 2007

La nuova 500

Archiviato in: Attualità — ossidiana @ 10:47 am

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Appena ho visto lo spot della nuova 500, mi sono detta caspita questo si che è uno spot che sa emozionare.
Per una volta si usa l’italianità come senso di appartenenza, come insieme di valori in cui credere, come qualcosa di positivo di cui essere fieri, un bel paese da esportare!
Le immagini sono un mix perfetto dei personaggi più importanti degli ultimi 50 anni, e il testo, recitato magistralmente, è davvero molto intenso, emozionante. Legare la storia della 500 alla storia italiana è stata una scelta di marketing geniale.
La macchinina poi, puo’ piacere o meno (a me ad esempio non fa impazzire) ma il video di presentazione ha un suo perche’:
www.duemotori.com/video/23_Nuova_Fiat_500.php

LA NUOVA FIAT
La vita è un insieme di luoghi e di persone che scrivono il tempo.
Il nostro tempo.
Noi cresciamo e maturiamo collezionando queste esperienze.
Sono queste che poi vanno a definirci.
Alcune sono più importanti di altre, perché formano il nostro carattere.
Ci insegnano la differenza tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
La differenza tra il bene e il male.
Cosa essere e cosa non essere.
Ci insegnano chi vogliamo diventare.
In tutto questo, alcune persone e alcune cose si legano a noi in un modo spontaneo e inestricabile.
Ci sostengono nell’esprimerci e nel realizzarci.
Ci legittimano nell’essere autentici e veri.
E se significano veramente qualcosa, ispirano il modo in cui il mondo cambia e si evolve.
E allora, appartengono a tutti noi e a nessuno.
La nuova Fiat appartiene a tutti noi.

Giugno 24, 2007

24 giugno -Notte di san Giovanni

Archiviato in: Attualità — ossidiana @ 8:55 pm

falò

Il sole in questo periodo sembra fermarsi, sorgendo e tramontando sempre nello stesso punto sino al 24 giugno (per quello invernale il 25 Dicembre) quando ricomincia a muoversi sorgendo gradualmente sempre più a sud sull’orizzonte (a nord per quello invernale). La notte di S. Giovanni, il 24 giugno, rientra nelle celebrazioni solstiziali; il nome associatogli deriva dalla religione Cristiana, perchè secondo il suo calendario liturgico vi si celebra San Giovanni Battista (come il 27 dicembre S. Giovanni Evangelista).
In questa festa, secondo un’antica credenza il sole (fuoco) si sposa con la luna (acqua): da qui i riti e gli usi dei falò e della rugiada, presenti nella tradizione contadina e popolare. Non a caso gli attributi di S. Giovanni sono il fuoco e l’acqua, con cui battezzava, una comoda associazione, da parte del cristianesimo, per sovrapporsi alle antiche celebrazioni.
Così nel corso del tempo, c’e’ stato un mischiarsi di tradizioni antiche, pagane, e ritualità cristiana, che dettero origine a credenze e riti in uso ancora oggi e ritrovabili soprattutto nelle aree rurali. Qui di seguito vi elenco una breve panoramica degli usi popolari legati al solstizio.
I Fuochi di S. Giovanni:
I falò accesi nei campi la notte di S. Giovanni erano considerati, oltre che propiziatori anche purificatori e l’usanza di accenderli si riscontra in moltissime regioni europee e persino nell’africa del nord. I contadini si posizionavano principalmente su dossi o in cima alle colline, e accendevano grandi falò in onore del sole, per propiziarsene la benevolenza e rallentarne idealmente la discesa; spesso con le fiamme di questi falò venivano incendiate delle ruote di fascine, che venivano fatte precipitare lungo i pendii, accompagnate da grida e canti. In quanto avevano anche funzione purificatrice vi si gettavano dentro cose vecchie, o marce, perchè il fumo che ne scaturiva tenesse lontani spiriti maligni e streghe (si riteneva che in questa notte le streghe si riunissero e scorrazzassero per le campagne, alla ricerca di erbe). Inoltre si faceva passare il bestiame tra il fumo dei falo’, in modo da togliere le malattie e proteggerlo sia da queste sia da chiunque vi potesse gettare fatture e malie.
Alcuni usi popolari legati ai falo’ di S. Giovanni:
Sino a un po’ di tempo fa era d’uso in veneto allestire dei Fuochi negli incroci.
A Pamplona in Spagna si usa raccogliere erbe aromatiche da bruciare negli incroci per scongiurare le tempeste e i fulmini.
Anche i Berberi che stanno in nord africa hanno dei festeggiamenti in concomitanza del 24 giugno e per questi accendono dei fuochi che facciano fumo denso per propiziare il raccolto dei campi e per guarire (col fumo) chi vi passa in mezzo.
In una localita’ della Germania, vi e’ un’usanza a cui partecipa tutta la popolazione dei dintorni. Una grossa ruota di infuocata viene fatta rotolare fino a valle, dove passa il fiume: se la ruota arriva accesa nell’acqua il segno e’ favorevole; in caso contrario e’ cattivo auspicio.
Chi salta il fuoco è sicuro di non dover soffrire il mal di reni per tutto l’anno.
Gettando erbe particolari (come la verbena) nel fuoco del falò si allontana la malasorte.
La mattina del 24 Giugno le persone girano tre volte intorno alla cenere lasciata dal falò e se la passano sui capelli o sul corpo, per scacciare i mali.
La raccolta delle erbe:
Le erbe raccolte in questa notte hanno un potere particolare, sono in grado di scacciare ogni malattia e tutte le loro caratteristiche e proprieta’ sono esaltate e alla massima potenza.
Le erbe più note da raccogliere nella notte del 24 sono: l’iperico detto anche erba di S. Giovanni; l’artemisia chiamata anche assenzio volgare e dedicata a Diana-Artemide; la verbena protettiva anch’essa e il ribes rosso che proteggeva dai malefici.
Oltre a quelle sopra citate erano anche ricercate: Vischio, SambucoAglio, Cipolla, Lavanda, Mentuccia, Biancospino, Corbezzolo, Ruta e Rosmarino.
Con alcune delle piante sopra citate era possibile fare “l’acqua di San Giovanni”: si prendevano foglie e fiori di lavanda, iperico, mentuccia, ruta e rosmarino e si mettevano in un bacile colmo d’acqua che si lasciava per tutta la nottata fuori casa. Alla mattina successiva le donne prendevano l’acqua e si lavavano per aumentare la bellezza e preservarsi dalle malattie.
Altre erbe, usate nella medesima maniera davano origine ad altri tipi di acqua di s. Giovanni (ci sono delle variazioni tra regione e regione), che servivano comunque sempre contro il malocchio, la malasorte e le malattie, di adulti e bambini.
Altri usi legati alla vegetazione:
Alle prime luci del 24 giugno i contadini che possedevano alberi di noce dovevano andare a legare una corda di spighe di orzo ed avena intrecciate ai tronchi dei loro alberi. In questo modo avrebbero poi raccolto frutti buoni e abbondanti.
In alcune localita’ si usa fare il nocino, un liquore a base di noci non mature.
Raccogliere e portare con se un mazzetto di erba di s. giovanni aiutava a tenere lontani gli spiriti maligni.
Raccogliere 24 spighe di grano e conservarle gelosamente tutto l’anno serviva come amuleto contro le sventure.
Fare un mazzolino di tre spighe di grano marcio o carbone e buttarlo nel fiume liberava dagli animali e dalle piante nocive il grano che si stava per mietere.
La rugiada:
La rugiada della mattina di San Giovanni, ovviamente legata all’elemento acqua, ha il potere di curare, di purificare e di fecondare.
Nel nord europa se una donna desiderava molti figli, doveva stendersi nuda (o rotolarsi) nell’erba bagnata. Cio’ anche se voleva bei capelli e una buona salute.Se volete raccogliere la rugiada, potete stendere un panno tra l’erba, strizzandolo poi il mattino successivo. Oppure scavare una piccola buca, in cui inserirete un bicchiere o un altro contenitore. Sopra di esso poi metterete un telo impermeabile, fissato ai bordi della buca (in alto) e con un foro al centro proprio sopra l’orlo del bicchiere (sul fondo). La rugiada si depositera’ sul telo e scendera’ nel vostro contenitore.Un altro sistema e’ trascinarsi dietro, passeggiando per i campi, il mattino prestissimo, o un lenzuolo o un batuffolo di cotone legato per una cordicella: in questo modo stoffa e/o cotone si inzupperanno della rugiada che poi potrete raccogliere strizzandoli.
Altri usi legati all’acqua:
La prima acqua attinta la mattina del 24 manteneva la vista buona.
Recarsi all’alba sulla riva del mare a bagnarsi preservava dai dolori reumatici.
Una leggenda tramanda che vicino al famoso Noce di Benevento, ci fosse un laghetto o un torrente in cui le donne si bagnavano proprio in questa notte, per aumentare la propria fertilita’.
La divinazione:
La notte di s. giovanni e’ legata a tantissime forme di divinazione, utilizzando come base acqua e/o piante. Le divinazioni piu’ famose vertevano sull’indovinare qualcosa del proprio futuro amoroso e matrimoniale.
Qui di seguito alcune:
Le ragazze da marito, se vogliono conoscere qualcosa sulle loro future nozze, dovranno, la sera della vigilia del 24 giugno, rompere un uovo di gallina bianca e versarne l’albume in un bicchiere o un vaso pieno d’acqua.
Poi lo prenderanno e lo metteranno sulla finestra, lasciandolo esposto tutta la notte alla rugiada di S. Giovanni.
Il mattino successivo, appena levato il sole, si prendera’ il bicchiere, e attraverso le forme composte dall’albume nell’acqua, si trarranno auspici sul futuro matrimonio.
Oltre all’uovo poteva venir impiegato il piombo fuso: versato nell’acqua si raffreddava velocemente e dalla forma assunta si traevano previsioni sul mestiere del futuro marito.
Vi e’ anche una versione di questo metodo che al posto del piombo prevedeva l’utilizzo dello zolfo.
Qui invece abbiamo una divinazione con forme vegetali: i cardi. Presi due, di grandi dimensioni gli si bruciacchiava la testa, poi si mettevano in un recipiente sul davanzale della finestra, uno con il capo rivolto verso l’interno, l’altro verso l’esterno. Se al mattino uno dei cardi era ritto sullo stelo, la ragazza interessata entro l’anno si sarebbe sposata; se il cardo era quello interno, con uno del proprio paese, se quello verso l’esterno, allora si sarebbe maritata con uno di fuori.
Un altro sistema con i cardi prevedeva di bruciarne la corolla e lasciarla tutta la notte fuori della casa. Al mattino occorreva osservarla attentamente: se appariva di colore rossastro era segno di buona sorte ma se appariva nera era indice di sicura sfortuna.
C’era anche un sistema con le fave. La sera del 23 le giovani nubili dovevano prendere tre fave: una intera, una sbucciata e la terza rotta nella parte sopra, e metterle sotto il cuscino al momento di andare a dormire. Durante la notte dovevano prenderne una a caso: se prendevano quella intera, buona sorte e ricchezza, la mezza poca sorte e quella sbucciata, cattivo auspicio.
Per terminare questa succinta carrellata di usi legati al solstizio e alla notte del 24 giugno (sono veramente molti, diffusi in tutta Italia e oltre), segnalo l’usanza di mangiare le lumache per San Giovanni. Il significato di questo gesto e’ legato perlopiu’ alle corna delle lumache (che oltretutto simboleggiano la luna e il suo ciclo di crescita/decrescita, rappresentato dalle cornine). Per cui, ogni lumaca mangiata, e quindi cornetto, si ritiene che sia scongiurato un malanno… così come il rischio di “corna” in casa.

Giugno 21, 2007

21 Giugno – Solstizio d’estate

Archiviato in: Attualità — ossidiana @ 2:22 pm

Stone age

Il 21 Giugno il sole culmina allo zenit, ed è il giorno più lungo dell’anno.
Questa data che risulta rilevante da un punto di vista astronomico lo è anche da un punto di vista della cultura e della tradizione.
Il Solstizio, che etimologicamente significa “il sole si ferma”, segna “il punto di svolta” nell’annuale viaggio che l’astro compie sul nostro orizzonte. Rappresenta il momento in cui il sole non si abbassa e non si alza rispetto all’equatore celeste, in cui si verifica il giorno più lungo dell’anno e quindi della notte più breve.
Nell’esatto mezzogiorno astronomico le ombre degli edifici e dei pali scompaiono del tutto. In questo giorno, inoltre, chi si trova esattamente sulla linea del tropico del Cancro può vedere l’immagine del sole nel fondo dei pozzi, riflesso dall’acqua anche a decine di metri di profondità perché i raggi arrivano esattamente perpendicolari. Lo stesso fenomeno si ripete il 21 dicembre, per il solstizio d’inverno, al tropico del Capricorno.
Il giorno del solstizio d’estate è legato ad una serie di miti, leggende e feste ancora molto seguite in Europa. I Solstizi sono eventi dall’intrinseco significato cosmico e terrestre, e allo stesso tempo sono simboli potenti dei più profondi processi di trasformazione che avvengono nella psiche umana individuale e collettiva.
Nel cuore degli antichi riti del Solstizio risiedeva un forte rispetto per i cicli. Ogni ciclo – che sia un giorno, un anno, una vita umana, o la vita di una civiltà, ha un principio, un centro e una fine; e quasi sempre a un ciclo ne segue un altro.
La vera saggezza consiste nel conoscere il proprio posto in ogni determinato ciclo e quale tipo di azione (o inazione) è più giusto per quella fase. Quello che può essere costruttivo in un dato momento, può essere distruttivo in un altro, è questo tipo di sensibilità ai cicli del mutamento che è alla base dell’antica filosofia cinese de “I Ching: il Libro dei Mutamenti”.
Le giornate solstiziali nelle tradizioni pre-cristiane erano sacre e ancora oggi ciò si riflette in una festività cattolica che cade qualche giorno dopo il solstizio canonico al 24 giugno, quando nel calendario liturgico della Chiesa latina si ricorda la natività di San Giovanni Battista. Va detto che i moderni gruppi neopagani e neodruidici celebrano tuttora il giorno di “Midsummer” (Mezza Estate per citare Shakespeare) e i riti solstiziali che si svolgono in particolare a Stonehenge richiamano sempre migliaia di persone. (La RUNA Durabo è l’unico Calendario Completo in grado di indicare sul suo complesso quadrante, in forma statica, l’allineamento astronomico che si verifica all’alba del 21 giugno nel tempio megalitico di Stonehenge con il Solstizio d’estate. Una delle ricorrenze più importanti dell’anno che riuniva le Tribù Celtiche proprio per osservare, dal centro del cerchio formato dai giganteschi monoliti di arenaria, volgendo lo sguardo a nord est, l’allineamento del sole nascente con la cosiddetta “Pietra del Calcagno”. Un blocco di 35 tonnellate che proiettava un cono d’ombra sulla folla danzante, delimitando la zona più favorevole per ammirare il fenomeno.)
I giorni solstiziali includono alcune tra le celebrazioni più popolari dell’ Occidente e poiché il sole trionfa nel cielo, le antiche tradizioni collegavano questo periodo dell’anno con la comunicazione diretta fra invisibile e visibile.
Questo può essere un giorno in cui onorare la Dea Madre in tutti i suoi aspetti, nomi e forme – Maria, Gaia, Iside, Inanna, Ishtar, Hathor, Cerere, Kali, Sofia, Kuan Yin, Donna Bisonte, Destra, Magna Mater ecc.
Nella tradizione druidica, il Solstizio d’Estate è il momento dell’espressione, della potenza della luce, quando possiamo aprirci alla realizzazione dei nostri sogni e al lavoro nel mondo attorno a noi. E’ il momento in cui si ha il massimo dell’energia per realizzare qualunque cosa.
Scrive Emma Restall-Orr (I principi del Druidismo, p. 114)
Il solstizio d’estate è il momento per venerare la potenza della luce, il maschile, la cima della montagna, la lama della spada, l’esteriore e l’assertivo. In Heifin noi riconosciamo l’espressione esteriore di noi stessi, la nostra vitalità e forza, tutto ciò che abbiamo usato nella spinta verso la crescita e il progresso, e impariamo quando fermarci. Durante la celebrazione ci si scambiano insegnamenti sulla necessità di equilibrare la potenza con la giustizia, la forza con la saggezza. La nostra attenzione è attirata dalla luce che scintilla dalla spada verso la terra, dea del nostro territorio.

Maggio 21, 2007

Kenzaburo Oe, mio figlio mi parla in silenzio.

Archiviato in: Attualità — ossidiana @ 4:02 pm

Kenzaburo OeIl premio Nobel giapponese Kenzaburo Oe racconta come comunica col figlio attraverso la musica.

“Mia moglie e io abbiamo un figlio con un handicap mentale. Tra le due parti del suo cervello mancano connessioni importanti: perciò non potrà mai collegare le parole al loro significato. Così hanno detto i medici dopo il primo, difficile intervento chirurgico. All’epoca, Hikari era un bebè.

Naturalmente io e sua madre siamo rimasti choccati da questa diagnosi. A chi la osservava dall’esterno, mia moglie non mostrava nessuna reazione, nessuna delusione né tristezza, nulla. Anch’io mi sentivo come se avessero cancellato i miei sentimenti. Però, combattevo contro i fatti, e allo stesso tempo mi odiavo. Ho scritto un libro sulla fase traumatica che abbiamo attraversato dopo la nascita di Hikari; la scrittura mi ha aiutato a superare la rigidità. Dopo di che, mio figlio diventò il centro della mia vita. Imparai a convivere con il suo silenzio, poiché non desideravo più lottare per cercare di superare il suo handicap.

Hikari è nato il 13 giugno 1963. Dall’agosto dello stesso anno, quando subì la sua prima operazione al cervello, ero ossessionato da lui. Vivevo senza sogni, sia buoni sia cattivi. A volte pensavo fosse meglio che Hikari morisse, e un istante dopo mi chiedevo che razza di uomo fossi.

Ormai mio figlio ha 44 anni. Ha trascorso la maggior parte del tempo chiuso in se stesso, senza contatti con il mondo esterno. Nel corso degli anni, però, di tanto in tanto si è aperta qualche finestra. A quattro anni, per la prima volta, ha reagito a una voce: si trattava del canto degli uccelli su una registrazione. Gli preparai un nastro interminabile, con versi di specie selvatiche, che lui ha ascoltato per due anni, ora dopo ora, giorno dopo giorno. Quando aveva sei anni, durante un’estate trascorsa nella nostra baita sul lago, sentimmo il fischio di un uccello. All’improvviso Hikari disse, piano: “Questo è un rallo d’acqua”. La sua voce aveva l’accento della persona con cui stava parlando. Così iniziò la difficile comunicazione tra lui e noi.

Negli anni seguenti, Hikari iniziò ad ascoltare attentamente Beethoven, Bach e Mozart. Poi iniziò a comporre brevi brani. La sua era una musica molto personale, che non assomigliava a nulla di quello che avevamo ascoltato fino a quel momento: così, almeno, la giudicavano alcuni miei amici compositori. A vent’anni Hikari pubblicò il primo cd, che in Giappone ebbe un enorme successo. La sua musica è meravigliosa, profondamente umana. Per tutto il resto, a 44 anni, Hikari è al livello di un bambino di quattro. Ogni volta che dimostra una reazione al mondo esterno, mia moglie e io siamo molto felici. Poco tempo fa, se si chiedeva a Hikari quale uccello avesse ascoltato quel giorno, lui prendeva un cd dalla sua enorme collezione e lo mostrava. Questo dimostra che siamo vicini a realizzare un sogno che non abbiamo mai osato sognare: mai ci saremmo potuti immaginare che nostro figlio arrivasse almeno a quel punto. Perché per decenni in noi non c’è stato spazio per i sogni.

Quando, nel 1994, ottenni il premio Nobel per la letteratura, mi recai in Svezia assieme a Hikari. Entrambi prendemmo a noleggio uno smoking, e un giornale commentò così una nostra fotografia: “Kenzaburo Oe e il geniale figlio”. Fu una frase che mi rese molto, molto felice.

Alcuni anni dopo trascorsi alcuni mesi a Berlino. Quando tornai a casa, Hikari smise all’improvviso di comporre, per dedicarsi totalmente allo studio della teoria musicale. Io ero molto preoccupato, ma mia moglie mi tranquillizzò: “Probabilmente il suo tempo da compositore è passato”, diceva. Durante i cinque anni successivi, nei quali Hikari non scrisse una nota, mia moglie non commentò mai il suo isolamento: non disse una parola. Mia figlia parlava ogni giorno con il fratello al telefono, e lui a volte sorrideva, a volte annuiva, ma senza mai rispondere, come se risucchiasse in sé tutte le parole.

La mattina del mio settantesimo compleanno, mia moglie si avvicinò al mio letto e disse: “Hikari ha composto qualcosa”, mostrandomi le note che aveva scritto. Il titolo era: “Mio padre compie 70 anni - Una gigue” (antica danza tradizionale europea, ndr). Il pezzo cominciava in modo assolutamente triste, ma verso la fine si convertiva a toni più ottimisti. In famiglia avevo spesso parlato del mio invecchiamento in modo autoironico. All’improvviso mi fu chiaro che Hikari aveva capito bene quelle frasi, ma l’ironia gli era sfuggita. Con la sua composizione, voleva incoraggiarmi: “Padre, non essere triste: sei una persona che vale, anche a 70 anni. Goditi la vita”.

Mi commossi. Per la prima volta nella vita, Hikari aveva dato alla sua musica un significato riconoscibile anche per noi. All’improvviso, desiderava usarla per esprimere i suoi sentimenti. Il fatto che, tutto d’un tratto, collegasse tra loro i toni e le parole significava per me una conquista grandiosa, una felicità che non avrei osato sperare. Ora mio figlio, attraverso le composizioni, manda messaggi a suo padre e al mondo.

Se esiste un futuro per un vecchio come me, può essere solo in un sogno, e io sto per concluderlo. Non temo la morte: la aspetto come un passaggio naturale. L’unica paura che provo è per Hikari. Io sogno che la mia famiglia possa, un giorno, fargli capire il significato della mia morte. Solo in questo modo posso imparare, mentre vivo, a separarmi da mio figlio. Lentamente. In un modo che sia il più naturale possibile.”

(da Donna, settimanale di Repubblica, del 12 maggio 2007, testo raccolto da Andrea Thilo per Die Zeit)