Maggio 23, 2008

Etnia ROM & zingari

Archiviato in: Attualità — ossidiana @ 12:36 pm


L’assenza di antichi documenti scritti, la lingua parlata e un’evidenza genetica (la diffusione del cromosoma Y, presente nel 47% degli individui “maschi” rom) ha comportato che la maggioranza degli storici accettasse la tesi dell’origine indiana, di questa etnia. Il termine rom designa gli artisti dell’India antica, (ballerini, attori e percussionisti) che trasmettevano al popolo la saggezza indiana in un linguaggio. Dal popolo originario dell’India, i rom si distinguono dai kalé o gitani che vivono soprattutto in Spagna e in Sud America , i sinti (o sinte), tra i quali si possono distinguere i sinti piemontesi e lombardi, la cui lingua é largamente influenzata dall’italiano e dal piemontese, e i Sinti del Nord, la cui lingua è influenzata dal tedesco e dall’alsaziano. All’interno del popolo rom sono inoltre individuati dei sottogruppi sulla base di un criterio basato sul lavoro svolto. Ad ogni sottogruppo si fa seguire un’ulteriore divisione per nazionalità, quindi per discendenza prendendo il nome del capostipite, quindi per famiglia, per arrivare all’individuo. Sono possibili tre grandi divisioni di Rom: italiani; slavi; romeni.

Società: Quella rom è una delle società più chiuse e tribali che si conoscono.
I Rom Italiani sono suddivisi in dieci gruppi. I rom abruzzesi e molisani: i più tradizionalisti, Rom napoletani: fortemente mimetizzati nel capoluogo, fino a una trentina d’anni fa fabbricavano arnesi per la pesca e facevano spettacoli ambulanti. I rom cilentani (una comunità di 800 persone vive a Eboli e alcune donne hanno raggiunto la laurea), lucani (una delle comunità più integrate), pugliesi, calabresi (i più poveri di tutta Italia: 1.550 vivono ancora in baracche) e i camminanti siciliani, questi primi sette gruppi contano circa 30 mila persone. Sinti giostrai , sparsi soprattutto tra il nord e il centro Italia sono almeno trentamila. Arrivati in Italia all’inizio del 1400, sono i depositari del più antico dei mestieri rom, quello dei giostrai. I Rom harvati e il sottogruppo dei kalderasha, circa 7 mila persone arrivate dal nord della Jugoslavia dopo le due guerre mondiali, e i rom lovara (non più di mille) chiudono il gruppo dei rom con cittadinanza italiana.
I rom jugoslavi - E’ possibile suddividerli in due grandi ceppi, i khorakhanè (musulmani) e i dasikhanè (i cristiano-ortodossi). Vivono per lo più nei campi nomadi del nord e del centro Italia. Tra i minori neppure il 10 per cento va a scuola e minima è anche la percentuale degli adulti che lavorano.
I rom romeni - Quello dalla Romania è ormai un flusso continuo e inarrestabile. Le più grandi comunità sono a Milano, Roma, Napoli, Bologna, Bari, Genova, ma ormai il fenomeno è in crescita in tutta Italia. Drammatico il tasso di scolarizzazione: solo il 3 per cento dei bambini ha una frequenza minima accettabile.
Le caratteristiche sociali - Il rapporto annuale dell’Opera nomadi è impietoso nel tratteggiare le caratteristiche del mondo rom: “quasi totale disoccupazione”; “analfabetismo diffuso”; “degrado ambientale”, “emergenza abitativa”, “emarginazione sociale”, “devianze varie”, leggi microcriminalità; “tossicodipendenza”, “alcolismo”, “condizioni igienico sanitarie allarmanti”. Se è sbagliato generalizzare e dire che tutti i rom delinquono, è anche vero che, ammette il presidente dell’Opera Nomadi ,Converso, esistono comunità che “delinquono al cento per cento”. Converso ha “paura” a dare cifre e percentuali. La materia è bollente e il pregiudizio nei confronti dei rom è un fuoco che già brucia e non ha bisogno di altra legna. Poi ammette: “E’ ragionevole pensare che solo il 10 per cento dei 160 mila sia integrato”. Lavorano nel commercio, a volte anche nei servizi pubblici, fanno i muratori. E il restante 90 per cento? Un’ altra caratteristica, che diventa un problema, è l’endogamia: “Si tratta di organizzazioni sociali arcaiche, chiuse, patriarcali, non si fanno scalfire, si autori producono e non si mescolano”. Fondamentale per i rom è non dividersi e non mescolare con altri gruppi “la famiglia estesa” che può arrivare anche fino a 60 persone.
La scuola - Non esistono dati certi sull’abbandono scolastico che è comunque altissimo. In genere si può dire che solo il dieci per cento di tutta la popolazione rom presente in Italia arriva al diploma di terza media. Poche decine - e si parla delle primissime migrazioni - i laureati. Un numero secco e accertato parla da solo: sono ventimila i minori romeni che non vanno a scuola e sono analfabeti. In generale i pochi che frequentano, anche per brevi periodi, “non riescono a memorizzare, non riescono a stare concentrati, hanno difficoltà nella lettura e nella scrittura. Appartengono a una tradizione orale, un mondo di suoni e di azione, non di parole. L’italiano resta, anche dopo anni, la terza lingua”.
La sanità - C’è una vera e propria emergenza di “copertura vaccinale” tra i minori più piccoli. Tra i romeni sono ventimila quelli che non sono mai stati vaccinati. Tra gli adolescenti il problema è la tossicodipendenza e l’alcolismo che è in aumento con l’aggressività e i comportamenti devianti. Per le donne un dato su tutti che arriva da Foggia: se in generale sono effettuati 130 aborti ogni cento parti, tra le donne rom la percentuale è di 300 aborti ogni cento parti. Da brivido la scheda delle patologie infantili più diffuse: malattie respiratorie, dermatologiche, addominali, carie, basso peso e bassa statura, disturbi del comportamento alimentare e disagio psicologico.
La parola d’ordine, e obbligata, è integrare. Ma da dove cominciare?
Secondo il presidente dell’Opera Nomadi Massimo Converso “in Italia solo il 10 per cento dei 160 mila rom ufficiali si sono integrati”. Forse una percentuale ottimista. Di sicuro minima. Ognuno di loro ce l’ha fatta in un modo diverso.
Storie di ordinaria integrazione:
ROMA - Belykize, 19 anni, fiera di essere zingara “Mi chiamo Belykize, nella mia lingua era il nome della regina di Saba. Ho 19 anni, sono zingara e ne sono fiera. E questa, l’Italia, è la mia terra”. Belykize è una rom kosovara nata in Italia, a Napoli, dove la sua famiglia è arrivata nel 1985. Belykise è sempre andata a scuola, fin dall’asilo, e ora frequenta l’ultimo anno dell’istituto tecnico “Adriano Olivetti” di Fano. “So cucire, modifico i vestiti, so ballare, mi porto dietro tutti i colori e i suoni della cultura della mia gente e il mio sogno è aprire un negozio oppure lavorare come commessa”. La voce di Belykize arriva squillante via cellulare. E’ domenica sera ed è appena tornata dal mare con gli amici “…e col mio fidanzato”. Italiano? “No, rom kosovaro come me, della mia stessa città…”. E le scappa da ridere. La prima cosa che impressiona è la qualità dell’italiano. “Per forza, sono nata qui, sono andata a scuola da sempre, fin dall’asilo. Comunque, oltre all’italiano, so parlare cinque lingue: romanì (l’idioma dei rom ndr), inglese, serbo, croato, bosniaco”. Belykize abita a Fano, nella Marche. “Io e la mia famiglia viviamo in una casa, ho appena finito di cucire delle tende che a me piacciono molto, piene di colori, mi sono fatta dare degli scampoli nei negozi, li buttavano via e me li hanno regalati. Essere sempre vissuta in una casa è stata, forse, la cosa più importante, non mi sarebbe piaciuto vivere in una roulotte. Quando andavo a trovare mio nonno a Napoli, al campo, non mi piaceva. Ora vive in Francia, in una casa, anche lui”. Belikyze trasmette normalità e leggerezza. “Non mi sono mai vergognata di essere una rom. Anche a scuola, non ho mai avuto problemi. Io parlo, sono una aperta, se qualche volta qualcuno mi ha detto “tu sei una zingara” non l’ho mai rinnegato, anzi, me ne vanto. Lo so cosa vuoi sapere, te lo dico subito: mi vesto come una qualsiasi ragazza italiana, sono pulita e in casa mia nessuno è mai andato a rubare. Quindi nulla di cui vergognarmi. Quest’anno mi diplomo, ho già fatto degli stage di due settimane in un supermercato e in un negozio. Il preside è stato molto contento”. “Appena posso guardo la tv. Seguo molto i telegiornali per capire in che mondo mi trovo”. La questione nomadi nelle ultime settimane è spesso nei tg. “Io non posso dare la mia mente e il mio cuore agli altri - dice Belykize - se questi rom trovano normale uccidere, rubare, bere, vivere con i soldi degli altri e non fare nulla, restare sporchi e incivili, io posso dire che sbagliano, che stanno sbagliando tutto. Lo dico, sempre, anche a scuola. Ma poi loro sono loro e io sono io. Voglio dire che noi zingari non siamo tutti uguali, non andiamo tutti a rubare e non siamo dei mostri”. “Quasi comprendo il disprezzo per la mia gente. Molti rubano, sono sporchi. Ma qualcuno ce la può fare, se il padre lavora il figlio andrà a scuola, se la donna è rispettata anche la figlia lo sarà, se avranno un lavoro potranno avere una casa, pagare affitto e bollette e tenerla pulita. Da qualche parte bisogna cominciare”. La prima cosa che farebbe Belykize è “riscattare le donne, toglierle dalla rassegnazione che devono subire”. “Nella nostra società - ammette - il capofamiglia è e sarà sempre un uomo, ma questo non vuol dire che le donne debbano accettare un marito ubriaco che le picchia o fa altro”.
Arif, tre nazioni in una sola casa - Belykize non è un “miracolo”. E quindi può non essere un’eccezione. Se lei ce l’ha fatta - e senza nemmeno troppo faticare - dietro di lei ci sono un padre e una madre che invece di fatica ne hanno fatta molta. Arif Thairi, il padre, oggi ha la sua partita Iva e una ditta di autotrasporti e facchinaggio a Fano. Prima, per 14 anni, ha lavorato nei cantieri navali. Prima ancora ha lottato con le unghie e con i denti nei campi rom di Napoli e Messina. E’ originario di Mitrovica ed è arrivato in Italia nel 1985. Ha 45 anni ma se lo ascolti sembra che abbia già fatto sette vite. “Da Mitrovica negli anni è scappato un intero quartiere, 180 mila persone, prima per le persecuzioni poi per la guerra. La mia famiglia è di origine rom, zigana, ma noi a Mitrovica avevamo la nostra casa e quando ci passavano davanti quelli con le roulotte dicevamo che non avremmo mai voluto fare quella fine. Poi siamo dovuti scappare e adesso non abbiamo più documenti di nulla, nè della casa, nè del casellario giudiziario, nè del comune perchè Mitrovica non si sa più di chi è. Così, io che potrei avere la carta di soggiorno e chiedere la cittadinanza, non posso avere nulla perchè l’Italia non sa se sono serbo, kosovaro o croato”. Non avendo un paese di origine, Arif e tanti altri come lui non possono neppure avere un paese che li accoglie. Harif si è arrangiato. “Quando con mia moglie e due figli vivevo nel campo nomadi di Napoli, ho trovato lavoro nei cantieri navali di Fano. Ero abbastanza disperato, mi sono fatto coraggio, sono andato dal sindaco e gli ho detto che volevo trasformare la mia famiglia in persone tranquille e normali. Mi ha ascoltato e ha avuto fiducia”. Nel 1987 Arif ha avuto il primo permesso di soggiorno. Dal 1990 ha vissuto per undici anni in una casa comunale. Ora in una casa popolare di cui paga affitto, bollette e tutto il resto. “Siamo in otto e tre paesi diversi: io e mia moglie kosovari, due figli croati, due figli e una nipotina di otto mesi italiani”. Arif non ha dubbi su quella che può essere la via dell’integrazione: “La prima cosa che l’Italia deve fare è un censimento vero, reale, di tutti i rom dividendoli però per etnia. Poi ci deve essere una verifica altrettanto reale di chi ha la volontà di cambiare, di faticare e di inserirsi. A quel punto dare i documenti e la possibilità di un lavoro qualsiasi per responsabilizzare le persone. Vivere nel campo può andare bene all’inizio, appena arrivi, ma poi te ne devi andare perchè, se non ci sono controlli molto severi, il campo serve solo a moltiplicare chi ruba e chi si ubriaca. Chi sbaglia, chi delinque, deve essere fuori per sempre, dall’Italia e dalla comunità rom. Come quello di Napoli, quello che ha rubato la macchina e ha ucciso la donna: quello faceva meglio a buttarsi già da un ponte quel giorno”. Arif mette in guardia da un rischio che si chiama rom romeni: “Loro adesso stanno arrivando in massa, senza controlli perchè sono cittadini europei e avranno molti più diritti di me che invece sono qui da più di vent’anni. L’Italia deve stare attenta perchè rischia di fare molti errori con questi nuovi arrivi”.
Walter, il giostraio - In questo viaggio tra i rom che ce l’hanno fatta, la storia di Walter Tanoni è forse la anomala - è un sinti italiano, quindi cittadino italiano. “Ho 38 anni, sono figlio e nipote di giostrai, veniamo dal nord Italia, ma ho sempre vissuto nel Lazio. Mio nonno, per dirne una, lavorava con Moira Orfei che abitava nella roulotte davanti a noi. Quando ero ragazzino eravamo ancora nomadi, giravamo di paese in paese e la gente ci veniva incontro felice perchè portavamo la festa, la musica e l’allegria. Avevo una ragazzina in ogni paese e mia moglie, che è italiana di borgata, è diventata la mamma dei miei quattro figli anche perché è stata l’unica che ha voluto seguirmi sulla roulotte”. “La nostra attività sta scomparendo. I giostrai sono sempre meno, restiamo sulle roulotte e non abbiamo una casa. Sono molto preoccupato”. Il problema sono quelli che ottengono, per mille altri motivi, le licenze per i parchi giochi e simili. “Ci levano il lavoro e partono troppo avvantaggiati perchè hanno il terreno e i mezzi” spiega Walter. La sua è una battaglia per la sopravvivenza. Di una favola e di un sogno, come le giostre. “I giostrai hanno la fama di rapire i bambini? Guai a generalizzare. Anche i pastori sardi hanno questa fama…”. Walter si è arrangiato così: “Grazie al comitato di quartiere mi hanno affidato un’area verde in zona Torraccia. Qui ho montato le giostre fisse, tengo pulito e sono un po’ il custode del giardino pubblico della zona. Sono anche l’unico punto di aggregazione sociale in questa zona”. Walter è amico di tutti nel rione. Ma preferisce non dire che è zingaro di etnia sinti e che vive con la famiglia in una roulotte a Casal Bertone, un piccolo campo di circa sessanta persone, tutte italiane. “Dico che sto in una casa popolare. Ho quattro figli dai quindici ai tre anni che vanno tutti a scuola, perfettamente integrati, bravi, pago le tasse ma quando chiedo la casa mi dicono che ho solo otto punti. E restiamo nella roulotte. Non capisco e non so più a chi chiedere”. Far vivere il mondo delle giostre e dei giostrai. La via dell’integrazione dei popoli rom passa anche da qui.
Walter, e’ convinto che il problema sono gli altri zingari, gli slavi e adesso i romeni, che rischiano di avere più diritti di noi”. Sono quelli che ce l’hanno fatta. Che si sono integrati senza omologarsi, senza rinunciare a ciò per cui i popoli e le culture zigane sono riuscite nel tempo - ma sempre meno - ad affascinare: quel misto di anarchia mescolato alla capacità di fare festa, di gioire e di convivere con le tragedie quotidiane.

Sono vecchio e affaticato ma non posso restare.
Gli zingari si fermano solo per morire, perchè la strada è la loro vita.
Sulla strada veniamo al mondo, lungo le strade viviamo, in fondo ad una strada ci prende la morte.
Così è la nostra vita siamo poveri ma felici.
La nostra ricchezza è lo star seduti attorno ad un fuoco ad ascoltare il violino che suona.

Proverbi zingari
Se vuoi essere saggio, ascolta.
Un uomo saggio ride quando può. Sa bene che ci sarà molto da piangere nella vita.
Se ti siedi sul cavallo rivolto all’indietro, quello continua ad andare avanti.
Una lepre in pentola vale per sei nel campo.
Se piove, non coprirti la testa con un settaccio.
Se entri nel torrente, non accusare le scarpe di essersi bagnate.
Un topo con una rosa all’orecchio è sempre un topo.
Se non vuoi vedere, a che serve una stella?
Vedere un gagiò che sorride è più raro che vedere una mucca che fa un uovo.