In Messico mi sono innamorata dei vasti spazi vuoti che regalano una liberta’ inebriante. Il viaggio dallo Yucatan al Chiapas e’ duro, ma bellissimo; poetico, stancante e sempre del tutto inusuale. Un viaggio interminabile, a toccare il tetto del Chiapas, salire in alto, sempre piu’ in alto senza vedere l’arrivo, solo una jungla infinita, capanne dignitose, donne scavate, con sguardi intensi, bambini allegri, con sorrisi indimenticabili, villaggi poveri, con uomini curiosi e pronti ad aiutarti. I paesaggi sconfinati fanno sentire senza catene, anche se le storie che si raccontano sono intrise del dolore del passato, nel tempo in cui non c’era nessuna liberta’. Abbiamo percorso strade ricche di intensita’ cromatiche e di promesse di avventure. La figura del “sub comandante insorto” Marcos aleggia intorno e stimola la mia fantasia.
“Il mondo che vogliamo è un mondo in cui ci sia spazio per molti mondi. La patria che costruiamo è una patria in cui ci sia spazio per tutti i popoli e per tutte le lingue, su cui camminino tutti i passi, e le si sorrida, e al cui risveglio abbiano tutti contribuito”.
Le stoffe tradizionali, rigorosamente lavorate a mano, sono un trionfo di colori. Qui ho scoperto piaceri nuovi, ai quali non faccio caso altrove, come stringere tra le mani una tazza bollente per riscaldarmi e rivolgere il viso alla pioggia per farmi bagnare. Di magnifico, in Messico, non ci sono solo la jungla e le sue simpaticissime scimmiette urlatrici o volanti appisolate sugli alberi, le rovine o le spiagge sabbiose, c’e’ soprattutto la luce misteriosa delle prime ore del mattino e del crepuscolo. Godere del momento, dondolandosi su un’amaca e avere come sottofondo solo il rumore delle onde del mare, a ovest il sole, rosso fuoco tramonta sulla laguna, a est una miriade di stelle, su un cielo che diventa sempre piu’ nero e che sembra non finire mai.
La riviera Maya, che di Maya ha ben poco con i suoi investitori stranieri, ha comunque preservato un po’ dell’aspetto originario del suo lungomare. Pinneggiando a pelo d’acqua ho ammirato gli eleganti rami di corallo e i pesci che gareggiavano per forme e colori e una barriera corallina meravigliosa. Lo snorkelling all’interno di un cenote (pozze d’acqua dolce, createsi dal collasso di una grotta) resta una scoperta meravigliosa. Vedere spuntare le radici di un albero, che perforano il soffitto delle caverne alla ricerca di acqua e i pilastri di calcare creati da stalattiti e stalagmiti negli anni c’e’ di che rimanere senza fiato, in un silenzio che ha dell’irreale. I pipistrelli si aggirano come unici padroni indisturbati del luogo.
Tutte le rovine ti fanno sentire piccola di fronte alla dimensione e all’intelligenza di un popolo scomparso troppo presto, in particolare quelle di Tulum, unica struttura a sorgere sul mare rende l’idea della grandezza di una comunità che ci ha lasciato tanto. Vicino al tempio del vento e’ possibile contemplare il mare color piscina e avvicinandoci alla spiaggia color perla, col vento che attraversa i pensieri e l’anima ti senti padrona del mondo.
Ma mi rendo conto che cio’ che ho visto e cio’ che so non e’ abbastanza. E’ il sapore che mi ha lasciato questa vacanza, ho visto tante cose, ma mi resta la voglia di provarne di piu’..sono appena rientrata che gia’ tornerei.
“Il fiore della parola non morirà.
Può morire il volto occulto di chi oggi la pronuncia,
ma la parola che venne dal fondo della storia e della terra
non potrà più essere strappata dalla superbia del potere.
…Vivremo sempre.
All’oblio torneranno solo coloro che capitolano la loro storia.
…Siamo qui. Non ci arrendiamo.
Zapata vive e, nonostante tutto,
la lotta prosegue.”

