Settembre 14, 2007

Il dolce e l’amaro

Archiviato in: Cinema — ossidiana @ 8:30 am


Memories di un picciotto..
C’era una volta in Sicilia (anni 70/80): percorso di (de)formazione di un picciotto. Una storia siciliana, Il dolce e l’amaro di Andrea Porporati.
Ne abbiamo viste e sentite di vicende sulla mafia, e’ come se sapessimo tutto, questa volta il regista vuole puntare l’attenzione sull’altro lato, su quello dei cattivi. Come la mentalità mafiosa possa invadere la mente (entrare quasi nel DNA) di un ragazzino conducendolo poi, passo dopo passo, dal reato minore a quello più efferato mantenendo ferma la convinzione che i padrini sanno come guardare il mondo e possono farlo anche per noi. Arriva il giorno in cui ti chiedono di eliminare qualcuno che conosci bene. A quel punto le cose possono cambiare. E’ facile per alcune uomini, appartenenti a certi luoghi, entrare a far parte delle cosche mafiose, quasi naturale: il padre del protagonista era stato assassinato, mentre lui era piccolo, così ha accettato la protezione di un boss, il quale si e’ preso cura dell’intera famiglia. “Andare all’Ucciardone per me è come andare all’università” sentiamo dire a Saro, il protagonista.
L’idea, quella di raccontare la Mafia dal suo interno, di rendere umano un personaggio negativo e’ senza dubbio da encomiare, ma non aggiunge sulla Mafia niente di più di quello che già sappiamo. Anzi, racconta una Mafia classica, intramontabile, quella che si immagina, che abbiamo sentito nei racconti più lontani e perde un’occasione importante (non si arriva tutti i giorni a Venezia) per parlarci di cos’è Cosa Nostra oggi, cioè una holding con contatti internazionali, e capitali reinvestiti possibilmente in attività legali, molto più difficile da riconoscere e molto meno plateale di questa da macchietta che guardiamo sullo schermo. La domanda sorge spontanea: che cosa ci fa questo film-Tv, in concorso a Venezia, esposizione del cinema d’autore mondiale? Perché il cinema italiano presenta al mondo intero film basati sui luoghi comuni, strutture narrative instabili, personaggi che sono solo stereotipi, gag sui rapinatori meridionali, quasi come raccontare barzellette sui Carabinieri?
Andrea Porporati afferma che il film e’ “il tentativo di raccontare la storia di una presa di coscienza di un ragazzo che è nato in un contesto e in una famiglia mafiosa, che all’inizio non fa nessuna scelta ma la fa dopo, quando decide di allontanarsi.”
“Per diventare un grande uomo ho dovuto essere un uomo di niente”. Con queste parole il protagonista ritrova il gusto di una vita normale,
Assomiglia molto più ad una favoletta con lieto fine che ad una storia di Mafia con tutte le tragiche conseguenze che se ne possono dedurre (mi chiedo ancora, perché indurre lo spettatore a provare simpatia per un personaggio che senza il minimo pentimento si è macchiato dei crimini più efferati?). Non c’e’ un momento singolare, un batticuore, un momento di disperazione o smarrimento, di emozione o di tensione. Il film si regge su uno standard talmente medio da risultare globalmente mediocre. L’intento era di raccontare l’ineluttabilità del male nella sua quotidianità, mostrare il baratro incolmabile tra normalità e anormalità nella vita di un ragazzo cresciuto nel mito dell’uomo d’onore. Obiettivo mancato. Il dolce e l’amaro puo’ essere considerato, cosi come definito da alcuni critici uno spot antimafia: “Della” mafia ma non “sulla mafia”.