Sapere della morte di un amico, di un conoscente o di uno sconosciuto è sempre un evento spiacevole, diventa sgomento quando si apprende che la causa è il suicidio. Una scelta voluta, precisa e meditata quella di lasciare tutto e tutti in cerca di qualcosa di più, di qualcosa che possa dare quella soddisfazione e quella gioia che ormai non si riesce a trovare in niente e nessuno. Non ha importanza l’età, che si ha dieci, venti, trenta o cent’anni rimane il mistero di un malessere dell’anima al quale non si riesce a dar voce e a guarire. Sbaglia chi crede che sia la malattia del secolo, la storia della depressione è la storia dell’umanità, solo il termine che identifica una sindrome psichiatrica è stato introdotto negli anni ‘ 20 dallo psichiatra tedesco Meyer, ma sin dai tempi più antichi artisti e poeti che per primi descrissero i meandri più nascosti dell’inquietudine e della sofferenza dell’animo umano, l’avevano etichettata come un’anomalia rispetto alla normalità. Sin dalle opere di Omero ce ne sono tracce, ma sicuramente la più significativa rimane la descrizione di Seneca che fa nel De Tranquillitate Animi rispondendo a Quinto Sereno:
“Il male che ci tormenta non è nel luogo in cui ci troviamo, ma è in noi stessi. Noi siamo senza forze per sopportare una qualsiasi contrarietà, incapaci di tollerare il dolore, impotenti a gioire delle cose piacevoli, sempre scontenti di noi stessi.”
Ma cos’è questo mostro il cui nome terrorizza la gente comune? Chi di noi non è mai stato depresso, ma davvero tutti noi abbiamo pensato di toglierci la vita, quando nel nostro cielo non brillavano più le stelle? Mi sono documentata, ho letto, ho cercato, non volevo un lieto fine, quello so non ci potrà più essere, cercavo delle risposte e sono arrivata a delle conclusioni: la depressione quella che ondeggia tra normalità e patologia è da considerarsi come un lutto. Cioè una normale reazione alla perdita di una persona cara, ad una grave frustrazione o ad una malattia. Il “lutto” permette, con il suo “lavoro”, di sciogliere il legame con la persona o con l’ideale perso, che diventa un ricordo e permette il recupero di nuovi rapporti affettivi e di nuovi investimenti nella realtà. Il “lavoro del lutto” coincide con una depressione, in cui l’oggetto d’amore perduto è tenuto in vita dentro di noi, ma il principio di realtà prende il sopravvento e si è di nuovo capace di guardare avanti. Quando però i sintomi depressivi non hanno un evento scatenante o persistono per troppo tempo, inizia la perdita di autostima, il senso del tempo e dello spazio cambia e c’è la percezione dell’impossibilità di uscire dalla situazione, allora si entra nella patologia. Il depresso sente se stesso, la propria vita, la realtà circostante secondo una trasformazione peggiorativa che colora tutto di qualità spiacevoli e dolorose.
L’esistenza del depresso si svuota di significato e di interesse, è vissuta nella solitudine, la morte è vista come liberatrice. Cambia il modo di essere nel mondo, soprattutto nei parametri del tempo e dello spazio. C’è la paralisi del divenire, il peso del passato si dilata, pochi atti del passato connotano tutta la storia personale e si caricano di negatività, il passato non ha più esperienze piacevoli, la nostalgia è dolorosa, il futuro inaccessibile, sbarrato, non c’è più progettualità, il presente si contrae, diventa immodificabile. Lo spazio è ristretto, angusto, chiuso, immobile, vuoto, gli oggetti diventano irraggiungibili: “mi sento lontano dentro.” Un grande Paulo Coelho (che ricordiamo passò ben tre anni in un manicomio) ci ricorda con il suo libro “Veronica decide di morire” come a volte l’esperienza depressiva, anche quella più cupa e più folle, può comunque essere un’occasione di crescita e di fuga da un tunnel buio e doloroso per poi riversarsi in una grande prateria di libertà e di speranza. Veronica passa dalla consapevolezza della morte alla consapevolezza della vita, fino alla consapevolezza della capacità di vivere ogni giorno come un miracolo, come una entusiasmante scoperta.
Il prof. Gordon Parker, dell’Università’ di New South Wales a Sidney, ha pubblicato uno studio sulle proprietà benefiche del cioccolato. Secondo Parker, esperto in problemi di depressione, mangiare cioccolato fa scattare a livello cerebrale la stessa risposta chimica dei potenti farmaci anti-ansietà. I carboidrati e gli zuccheri contenuti nel cacao, infatti, permettono la produzione di alcuni ormoni, come le endorfine e gli oppioidi, prodotti naturalmente dal cervello, piu’ velocemente di molti psicofarmaci. Sono convinta che nelle scuole, dalle elementari ai superiori, dovrebbero introdurre, non solo barrette di cioccolato per tutti ma delle ore dedicate a lezioni di felicità, per far capire come scrisse Pirandello che “la vita non si spiega, si vive. La ragione è nella vita, non può esserne fuori. La vita non bisogna porsela davanti ma sentirla dentro e viverla”. Lo so che giudicare resta il vezzo più facile e comprendere l’atteggiamento più difficile ma chi ama (un individuo, un ideale o se stesso) e paga un prezzo ama davvero. Ed e’ solo per quel poco che la vita vale la pena di essere vissuta.
Maggio 9, 2007

