Aprile 29, 2007

Un tributo all’amore in una serata un pò malinconica

Archiviato in: Musica — ossidiana @ 11:19 pm

Se non fosse per te
Cosa avrebbe un senso
Sotto a questo cielo immenso
Niente più sarebbe vero
Se non fosse per te
Come immaginare
una canzone da cantare
A chi non vuol sentirsi solo
Se non fosse per te
Crollerebbe il mio cielo
Se non fosse per te
Sarei niente, lo sai
Perché senza te io non vivo
E mi manca il respiro
Se tu te ne vai
Quando sono con te
Chiudo gli occhi e già volo
D’improvviso la malinconia se ne va
Dai pensieri miei cade un velo
E ritrovo con te l’unica verità
Solamente tu sai
Anche senza parole
Dirmi quello che voglio sentire da te
Io non ti lascerò
Fino a quando vivrò
Tutto quello che un uomo può fare
Stavolta per te lo farò
Una pioggia di stelle
Ora brilla nell’aria
Ed il mondo mi appare
Per quello che è
Un oceano da attraversare
Per un cuore di donna
O la spada di un re
Perchè senza te io non vivo
E mi manca il respiro se tu te ne vai
Solamente tu sai
Anche senza parole
Dirmi quello che voglio sentire da te
C’è un tempo per l’amore
Che spiegarti non so
Tutto quello che un uomo può fare
Stavolta per te lo farò
Tu sarai la regina
Dei miei desideri
L’orizzonte costante
Di questa realtà
Tu che sei per me, come vedi
Tutto quello che un uomo
Sognare potrà
Tutto quello che un uomo
Sognare potrà

Sergio Cammariere - Tutto quello che un uomo

Aprile 28, 2007

Angelo D’Arrigo

Archiviato in: Attualità — ossidiana @ 9:45 pm

D'arrigo
“Alla base di ogni impresa importante sta qualcuno che ha saputo prendere una decisione coraggiosa.”

Chi l’ha detto che solo gli uccelli sono nati per volare? Esiste una persona che ha consacrato e sacrificato la sua vita al volo, dimostrando che anche un uomo può volteggiare nell’aria come un uccello. Il suo nome è Angelo D’Arrigo, l’uomo dei record, l’uomo che ha sorvolato l’Everest con un deltaplano, l’uomo che insieme alle aquile e ai condor è riuscito a farsi trasportare dalle correnti ascensionali in alto, sempre di più. Perché decidere di chiamare un aeroporto Vincenzo Bellini e non Angelo D’Arrigo? Io mi sono sempre reputata una sostenitrice delle cause perse, quel nero che deve prevalere sul bianco a prescindere dalle sfumature. Anche in questo caso sto dalla parte di un Icaro catanese che è riuscito ad andare oltre, senza che le sue ali si sciogliessero al sole. Vorrei si rendesse un tributo doveroso ad un uomo che del volo ha fatto la sua ragione di vita, la stessa vita che ha sacrificato per un sogno, il suo e un po’ anche il nostro. Chi di noi non ha mai sognato di volare? Di liberarsi in aria come un uccello? Come un condor delle Ande? Nel ricordo di D’Arrigo c’è infatti prima di tutto – suggestiva ma parziale – la visione popolaresca dell’uomo che ha adottato gli uccelli più affascinanti e ha volato con loro sulle più alte montagne del mondo, sulle rotte migratorie smarrite, sui cieli della fantasia che, col suo deltaplano, sono diventati i cieli magici della realtà. Angelo è stato l’unico ad aver realizzato il primo esperimento di imprinting sui condor per poi farli volare e reintrodurli nel loro habitat. Quei condor, il cui sogno è diventato realtà grazie alla forza della moglie Laura che, insieme ai figli e agli amici-collaboratori del marito, si è fatta carico dei desideri e dei progetti di Angelo e li ha fatti suoi, riuscendo a realizzare ciò che l’Icaro catanese voleva. Dal 21 luglio scorso, infatti, Inca e Maya volteggiano liberi nei cieli andini, sotto il costante e vigile controllo del naturalista peruviano, amico di Angelo, Miguel Ayala Calderon, per verificare in ogni momento l’esito della reintroduzione dei due condor nella natura.

Chi meglio di lui può incarnare l’idea di volo e di libertà che un aerostazione dovrebbe rappresentare?

“Spingendo quotidianamente i nostri limiti, riusciamo a piccoli passi a superare le paure che ci vietano il possesso della nostra esistenza”.
“Altro pensiero quando volo è il sentimento, cioè lo spazio che ti dà il volo. Penso che l’uomo ha sempre cercato di volare, non solo per imitare i suoi cugini uccelli, ma anche per vivere la dimensione della libertà. Se volessi dare un simbolo alla libertà direi che il volo è quello che la rappresenta di più. Si ha libertà di movimento, libertà tridimensionale, puoi andare in orizzontale, in verticale e riesci ad essere svincolato dai vincoli che noi terrestri ci portiamo”.
Angelo D’Arrigo

Sottoscrizione online per intitolare l’aeroporto di Catania:
http://www.angelodarrigo.com/home_it.php

La speranza

Archiviato in: Poesia — ossidiana @ 4:43 pm

rosa rossa

Ho deciso di svuotare il mare con un paniere
Amerò
Chinerò la mia schiena
Deriso dalla furbizia altrui
Sicuro che l’acqua grondante dal cesto
Darà speranza all’uomo vero

E perchè dovrei fermarmi?
Le certezze altrui
Darmi non sanno
La Quiete
Per questa frenesia
Che mi tormenta il cuore

G.C.

Aprile 24, 2007

Volver

Archiviato in: Cinema — ossidiana @ 12:24 pm

Tre generazioni di donne che sopravvivono alla follia della vita.volver

Un Almodovar che “torna” alla grande, abbandonando i suoi eccessi e le sue stravaganze. Per tornare bisogna essere persone vive, i morti non tornano e non piangono. Tornare alla vita solo da vivi e ritornare per ritrovare, per aiutare, per abbracciare e perdonare. Un film dove tutto è possibile, dove niente è perduto, un film dai sapori forti e antichi. L’odore di casa e di ricordi, il vento della Mancha che spazza via il dolore e asciuga le lacrime. Le inquadrature, straordinariamente naturali, contribuiscono a rendere credibile ciò che è paradossale e traducono in semplicità una complessità sconcertante a pensarci. L’alchimia di un film che lega fine e inizio, passato e presente, dolore e gioia, impossibilità e possibilità. Un omaggio a sua madre e alle donne del suo passato, un amore smisurato verso il pueblo, quell’universo attorno al quale è ruotata la sua infanzia. Ancora una volta Almodovar è riuscito a creare uno specchio del mondo interiore dei personaggi che rappresenta, capaci di decidere al di là della soglia della morale e della legalità senza trasformarsi in mostri, al contrario, assumendo le sembianze di veri e propri eroi e eroine del quotidiano.

Yo adivino el parpadeo
de las luces que a lo lejos
van marcando mi retorno.
Son las mismas que alumbraron,
con sus palidos reflejos,
hondas horas de dolor.
Y aunque no quise el regreso,
siempre se vuelve al primer amor.
La quieta calle donde el eco dijo:
“Tuya es su vida, tuyo es su querer!”
Bajo el burlon mirar de las estrellas
que con indiferencia hoy me van volver.

Volver,
con la frente marchita,
las nieves del tiempo
platearon mi sien.
Sentir,
que es un soplo la vida.
que veinte años no es nada,
que febril la mirada
errante en las sombras
te busca y te nombra.
Vivir,
con el alma aferrada
a un dulce recuerdo,
que lloro otra vez.
Tengo miedo del encuentro
con el pasado que vuelve
a enfrentarse con mi vida.
Tengo miedo de las noches
que, pobladas de recuerdos,
encadenan mi soñar.
Pero el viajero que huye
tarde or temprano detiene su andar.
Y aunque el olvido,
que todo destruye,
haya matado mi vieja ilusion,
guardo escondida un esperanza humilde,
que es toda la fortuna de mi corazon.

Aprile 21, 2007

Donne che corrono coi lupi

Archiviato in: Donne — ossidiana @ 10:36 pm

lupo

« Si capisce il vero valore delle cose solo dopo averle perdute » che banalità iniziare cosi una pagina di un libro, di un diario o di una nuova vita, questa rimane tuttavia un’amara verità. Non avevo voluto sacrificare me stessa al mio amore per qualcuno, non avevo avuto il coraggio di un cambiamento troppo radicale (in fondo l’ho sempre saputo di essere una piccola codarda) e ora mi ritrovavo a rimpiangere cose che le mie amiche hanno da una vita. Loro che hanno avuto il coraggio di credere nei sentimenti e nella monotonia di una vita  a due, adesso si ritrovano sereni e posso forse dirlo? Felici? Ci vuole coraggio anche nel non rischiare, nell’accontentarsi di scelte che all’apparenza sembrano troppo comode e facili ma che portano in se il valore dell’eternità. Io sempre così ribelle, sempre contro tendenza, quei miei no, come secchi di acqua gelida che facevano gioire solo il mio ego, hanno causato tante lacrime e sofferenza. Nutrirmi dell’energia altrui era stato più che un hobby,una necessità che mi aveva tenuto in vita, mi aveva fatto superare le difficoltà riparandomi con uno strato luccicante che in realtà non mi apparteneva. Ora come non mai mi era stato così chiaro. Come disse Madonna una volta, tutto ciò che metti in gioco è tutto ciò che ti ritorna..stavo semplicemente raccogliendo quel niente che avevo seminato nel corso degli anni. Cos’era diventata la mia vita? Cos’era questa adorazione della solitudine che mi faceva quasi star male quando intorno avevo troppa gente? Ma ero davvero cosi? Stavo mettendo in discussioni decisioni di una vita. Avevo davvero impostato tutta la mia vita sull’egoismo? Oggi ad un tratto l’illuminazione, girovagando su internet, leggo i consigli che una giornalista (pare famosa, ma  a me sconosciuta) da alle sue lettrici. Inizia con una storia chassidica di un uomo che ogni sera, prima di coricarsi, aveva l’abitudine di piegare con cura religiosa gli indumenti indossati e di annotare su un foglio lo scaffale su cui venivano riposti. Il giorno dopo, appena sveglio, rileggeva i suoi appunti meticolosi e si preparava con gesti lenti, trovando conforto nella ripetitività di quel rito così coerente rispetto a un’esistenza addomesticata, rassicurante, meravigliosamente sotto controllo.
Una mattina in apparenza come tutte le altre, dopo aver completato la sua tradizionale vestizione, proprio mentre si stava annodando la cravatta rimase con la mano sospesa nell’aria e lo sguardo perso nel vuoto, incapace di rispondere a una domanda che forse per troppo tempo era rimasta seppellita sotto la camicia inamidata: «Sì, ma io… dove sono?».

Questa non è altro che la metafora della mia realtà, con tutti i problemi da risolvere, compiti da adempiere, frustrazioni da inghiottire, relazioni da mantenere in piedi (anche per paura di rimanere sola). Spesso proprio come la stessa autrice scrive il non fare, quella paura di agire è il rifugio più sicuro per chi ha perduto i propri istinti.
Quello che io ho fatto fino ad ora è stato la ricerca di una vita che vada oltre la banalità del quotidiano. Sono arrivata alla conclusione che la mia non è stata codardia ma coraggio. Il coraggio di non accettare ciò che mi avrebbe fatto stare bene ma il voler inseguire un Desiderio più ambizioso, ho preferito accettare il rischio di sovvertire l’ordine tranquillizzante dello status quo per andare alla ricerca di una felicità più vera e profonda.
E’ così che ho imparato che nella vita, periodicamente, bisogna saper “perdere”. Non le gare ( non ho mai avuto uno spirito competitivo!), ma quelle sicurezze che, quando diventano troppo avvolgenti, rischiano di soffocare.
Tutte sappiamo istintivamente cosa merita di rimanere oppure va lasciato; quando restare e come allontanarci. A me la mia bussola interiore ha sempre funzionato bene, mi ha sempre fatto capire quando era il momento di dire basta. La solitudine è solo un passaggio un modo per rifocillarmi e attendere una nuova partenza. Il riposo del guerriero che è in me, sempre pronto ad un’avventura che coinvolga sensi e sentimenti. Perché, come scrive Clarissa Pinkola Estés in Donne che corrono coi lupi: «Se ci affidiamo all’intuito siamo come una notte stellata: fissiamo il mondo con migliaia di occhi».